Sono contento che gli incontri saranno una volta al mese per ora. Fino a novembre non ci voglio più pensare, sarà tanto se riuscirò a dimenticarmi di ieri...
Alle tre sono lì, nervoso e agitato al punto da avere le mani che tremano. E non ho sigarette. Ma nemmeno le vorrei a dire il vero, mastico furiosamente una gomma e aspetto lo psicologo, il dottor Z., come mi ha detto la segretaria in accettazione.
"Signor S.?" mi domanda.
Alzo lo sguardo. "Sì..." rispondo.
E' un uomo sui 45 anni, capelli brizzolati, occhiali rettangolari con la montatura sottile, sorriso amichevole.
Mi fa cenno di seguirlo.
Mi alzo e lo seguo, con lo sguardo fisso su di lui, le gambe tremanti e l'ansia che mi stringe il petto al punto da farmi sembrare che il cuore non ci stia più.
Entriamo in un corridoio senza finestre su cui si affacciano numerose porte.
Ad un certo punto il dottor Z. si ferma.
"Come si sente?" mi domanda.
"Agitato..." confesso.
Sorride. "E' normale. Da quanto tempo non vede suo padre?"
Sospiro. "Due mesi, tre, non me lo ricordo nemmeno..." rispondo.
Annuisce e apre la porta. Mi si ferma il cuore, ma la stanza è vuota.
Ci sono due divani, uno di fronte all'altro, un tavolino in mezzo ed una poltrona. Tutto grigio. La stanza non ha finestre e la luce è bassa.
"Si accomodi pure, vado a prendere suo padre..." mi dice sorridendo.
Mormoro un "vaffanculo" tra i denti, perchè speravo che l'attesa fosse finita e invece non è così.
Mi siedo sul divano in modo da vedere la porta. Sorrido pensando che sicuramente il dottor Z. annoterà dove mi sono seduto, i gesti che ho fatto e che farò, le posizioni che assumerò durante l'incontro...
La porta si apre all'improvviso. Il dottor Z. entra per primo, dietro di lui mio padre.
E' come se il tempo rallentasse e passassero ore invece che istanti finchè non si siede sul divano di fronte a me.
Il tutto sempre senza guardarmi.
Il dottor Z. si siede sulla poltrona, tra me e mio padre.
Continua a non guardarmi.
Mi sento a disagio, non capisco cosa devo fare. Il dottor Z. rimane in silenzio e guarda mio padre.
"Devo..." faccio per domandargli.
Mi lancia un'occhiata e fa segno di no con la testa.
Passano parecchi minuti così, mio padre con lo sguardo fisso sul pavimento, io che lo guardo e mi sento come se fossi seduto sopra un vulcano che potrebbe esplodere da un momento all'altro.
"Signor S. non saluta nemmeno suo figlio? E' parecchio tempo che non lo vede" dice finalmente il dottor Z.
A quel punto mio padre mi guarda e mi vengono i brividi perchè è lo sguardo di un uomo che ha di fronte l'ultima persona al mondo che avrebbe voluto vedere.
"Non ho chiesto io di vederlo." Dice e le sue parole tagliano l'aria e me.
Sorrido, scuoto la testa e faccio per alzarmi.
Credo sia stato questo che lo ha fatto scattare.
"Ecco lo vede? A mio figlio non importa nulla, bravo vattene, mica mi ci hai fatto mettere tu qui dentro, non sono diventato pazzo per colpa tua, no certo! Ingrato ecco cosa sei..." e il resto lasciamolo stare.
Io seduto sul ciglio del divano, pronto a scappare e lui ad inveire contro di me, a urlare, nonostante il dottor Z., con i suoi modi pacati e la sua voce calma cerchi di calmarlo, di farlo ragionare.
La cosa dura parecchio tempo, mio padre ogni tanto si ferma, prende fiato, si guarda intorno e poi ricomincia. Il dottor Z. smette di cercare di calmarlo, lo guarda, lo ascolta, annota.
La cosa diversa dal solito è che non si è ancora alzato per darmele, forse è per la presenza dello psicologo o forse, più probabilmente, ha paura che gli mettano la camicia di forza.
Non fiato e non reagisco, incasso.
Finchè mio padre stesso decide che può bastare, si alza, va verso la porta ed esce.
Il dottor Z. sorride soddisfatto mentre finisce di annotare delle cose. "Bene, molto, molto bene" dice.
Io sono sconvolto.
"So che è dura, ma a lui fa bene" mi dice mentre sta in piedi accanto a me quasi impaziente di mandarmi via.
A lui farà anche bene, ma a me?!
Non dico nulla, sono così nervoso, così frustrato che l'unico desiderio è uscire a andare in palestra da Paolo, per il test o il massacro, comunque a scaricare la rabbia che ho accumulato in queste ore.
Saluto frettolosamente lo psicologo ed esco. Sono solo le cinque. Paolo lo vedrò tra due ore.
Due ore che trascorro a casa, con le persiane abbassate, le luci spente e il silenzio più totale.
Silenzio rotto solo da un'sms che squarcia l'aria e i mie pensieri.
E' di Alicia. «Come è andata? Come stai? Sto tornando, sarò in palestra il prima possibile... chiamami, scrivimi... ti amo tanto»
Le rispondo «E' andata. Dimmi solo che dormi da me, dimmi che non mi lasci solo stanotte»
«Io non ti lascerò mai solo...» risponde.
Alle sette arrivo alla palestra dove devo incontrarmi con Paolo. Lui è già lì. Alicia non ancora.
"Sembri nervoso Mattia, non avrai paura..." mi dice Paolo quando ci troviamo faccia a faccia.
Sorrido e senza rispondergli inizio a colpirlo.
Ma Paolo è molto, molto più abile di me e mi atterra.
"Che fai giochi sporco? Vuoi colpirmi? Farmi male?" mi domanda saltellandomi intorno mentre mi rialzo.
Non rispondo. Troppo complicato spiegargli che voglio solo farlo innervosire ed essere colpito, voglio che mi faccia male, perchè funziono così, perchè ho bisogno di sentire il dolore, di farmi fare del male, perchè sono stato cresciuto così.
Riesco a farmene dare abbastanza da dover rimanere steso a terra e arrendermi.
Alicia arriva proprio in quel momento. Per fortuna. Se fosse arrivata prima avrebbe rovinato tutto.
Per non farla preoccupare cerco di alzarmi e Paolo, per non farsi rimproverare, mi aiuta.
La bacio sulle labbra tenendole il viso con le mani. "Ciao amore, mi cambio e sono da te..." le dico.
Sono frastornato quanto basta per non avere la forza di rispondere a Paolo che si lamenta per l'incontro. "Non vai male, ma stasera avevi qualcosa di strano... mi hai fatto incazzare..." lo lascio parlare.
«Oggi è la giornata in cui Mattia incassa, parlate tutti, vi ascolto» penso sotto la doccia.
Esco dallo spogliatoio, Paolo esce con me, parla con sua sorella che però non lo ascolta, ma mi guarda preoccupata. Io sto in disparte, istintivamente cerco le sigarette in tasca, ma sorrido pensando che se le avessi mi farebbe schifo fumarle.
"Ti aspetto a casa..." dico ad Alicia. Io sono in moto, lei in macchina.
Lascio il portone socchiuso, la porta del mio appartamento anche.
Il tempo di levarmi la tuta, prendere una buona dose di Valium e Alicia arriva.
"Amore... come stai?" mi domanda.
"Non farmi domande... voglio solo dormire..." le dico.
Annuisce, mi abbraccia.
Ci infiliamo nel letto, la abbraccio forte.
"Grazie per essere qui..." le sussurro prima di addormentarmi.
Stamattina Alicia ha detto che stanotte le sembravo in coma.
"Non ti sei mosso di un centimetro, respiravi piano... sembrava che non dovessi svegliarti più" così ha detto prima di salutarmi e andare al lavoro.
Forse ho esagerato con il Valium, ma da qualche parte ho letto che dà amnesia.
Credo che dovrò aumentare la dose, perchè non ha funzionato.


















